Napoli, Gilmour e Anguissa si sfidano per una maglia contro il Bologna

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La decisione sarà presa nelle prossime ore per la trasferta di Bologna: il camerunese è asse portante del gioco di Antonio, lo scozzese offre più varianti

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Succede spesso così: che gli opposti si attraggono. E non c’è neppure da chiedersi, in questo preciso istante, cosa leghi Anguissa a Gilmour e viceversa: non la statura, perché si passa dal metro e ottantaquattro dell’uno al metro e settanta dell’altro, e neppure la “vocazione” o la natura stessa, perché c’è chi è da corsa (box to box) e chi da palleggio; non le rotondità del loro calcio e manco la consistenza dei tackle; eppure, mentre Bologna-Napoli s’avvicina, e ormai bisogna giocarsela, basta scrutare un attimo nei pensieri composti di Antonio Conte o nelle casacche del giovedì per accorgersi che praticamente si sovrappongono. E’ una delle “otto finali mondiali” (cit.) per le quali è lecito immergersi nelle riflessioni più ampie, più profonde, evitando di risparmiarsi anche il più apparentemente piccolo dei dettagli: ma che si giochi nel fraseggio, che si cerchino le percussioni, che si vogliano coprire le linee di passaggio, che si tenti (naturalmente) di infilare un granellino di sabbia nel meccanismo perfetto di Italiano, si dovrà meditare. 

chi gioca

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E poi verrebbe da chiederselo, subito, ma chi gioca? Come se fosse facile, perché qua non ci sono le proiezioni elettorali e semmai restano le urne ancora aperte: ieri, che pure essendo venerdì in teoria andava equiparato al giovedì, Conte si è industriato per arricchire le proprie osservazioni, le ha riempite un po’ di Anguissa e un po’ di Gilmour, ha sviluppato anche (tanto) 4-3-3 e non si è negato sicuramente altro, perché fu proprio lui, domenica, a confessare di aver odiato il mestiere di allenatore, dopo aver allestito il 4-4-2 per affrontare il Milan, sgretolato dall’assenza di McTominay. E ora che McTo sta lì, mica è poi detto che Conte riprenda il taccuino e riproduca la strategia demolita nella settimana scorsa: con il Bologna si può andare di 4-3-3, quasi allo “scontro fisico” nelle varie zone del campo, e se Franck Anguissa dovesse aver recuperato totalmente, il 51% sarebbe suo, per diritto atletico. 

Superfrank

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Anguissa è l’asse portante di un centrocampo che per mesi e mesi ha rappresentato il Napoli ad immagine e somiglianza di Conte: ha divorato chilometri, ha offerto interdizione e supervisione offensiva, ci ha infilato anche cinque gol come un attaccante niente male, ha impresso scosse al ritmo come nella sua tendenza e nelle prime 23 giornate è stato sostituito appena tre volte, per fargli risparmiare ventisette minuti. Li chiamano totem, quelli come Anguissa. 

la svolta

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Ci sono poi due Billy Gilmour: il primo tra ottobre e novembre è tradizionale, play davanti alla difesa per sostituire Lobotka; il secondo è “rivoluzionario” – ma per davvero – per fronteggiare l’infortunio di Anguissa manipolando l’idea originaria, dando elasticità al centrocampo, affiancando Lobotka, lasciando sistemare McTominay a sinistra, rimodulando il sistema nella fasi, spingendo quindi Conte nel proprio laboratorio a formulare altro. 

e dunque

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Anguissa è il prototipo del centrocampista ideale per chiunque, un leader di fatto che fa sentire la propria presenza, un trascinatore che diventa il riferimento per attaccare e per difendere, un colosso che va ad aggiungere la propria stazza sui calci d’angolo e sulle punizioni (quelle a favore e pure quelle contro): dunque è un fattore. E però con l’1% in più non è detto che si vinca il duello: però… È una sfida all’ultimo scatto.

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