Nato in Calabria ma cresciuto in Germania, è alla prima esperienza in Serie A: “Ho assorbito la loro cultura, ora cerco un po’ di italianità. E mi ispiro a Guardiola”
Nato in Calabria ma cresciuto in Germania, laureato in ingegneria gestionale, è alla prima esperienza su una panchina di Serie A: “Ho assorbito la loro cultura, ora cerco un po’ di italianità. Ai giocatori chiedo coraggio e disciplina. Da bimbo col mito di Baggio, mi ero fatto pure il codino. Da tecnico mi ispiro a Guardiola, possesso e verticalità”.
Da bambino aveva un idolo?
“Roberto Baggio. Era la mia passione. All’epoca, in Germania, non vedevamo in tv molte partite delle squadre italiane. Solo quelle più importanti dei club più forti. Così, mi innamorai di Baggio guardandolo in Champions nel suo periodo alla Juve. Alle Elementari mi feci il codino ai capelli per assomigliargli. Ne andavo fiero”.
E quando ha iniziato ad allenare, quale collega ha preso a modello?
“Ho cominciato nelle Giovanili dello Stoccarda: la nostra filosofia calcistica si concentrava sul possesso palla. Erano i tempi del Barcellona di Guardiola, che nel possesso era maestro. Quindi, sì, Guardiola è stato per me fonte di ispirazione”.
Beh, non si può dire che Domenico Tedesco, a 40 anni uno dei più giovani tecnici della Serie A, da giugno sulla panchina del Bologna, si sia tenuto basso quando ha scelto i propri punti di riferimento. Del resto, alla sua giovane età può già vantare un curriculum lungo e prestigioso: Lipsia, nazionale del Belgio e Fenerbahce, oltre a Erzgebirge Aue (seconda divisione tedesca, esordio da allenatore in prima squadra), Schalke e Spartak Mosca, arrivati a inizio carriera. Una Coppa di Germania col Lipsia, una Supercoppa di Turchia e il resto lo racconta lui.
Nasce a Rossano, a 2 anni la sua famiglia si trasferisce in Germania.
“Motivi di lavoro. In Calabria papà lavorava, ma non a tempo pieno e pagato come poi in Germania, dove è stato impiegato prima alla Nokia e poi negli uffici di un giornale locale. Quanto a me, in Germania mi sono trovato benissimo da subito. Della mia infanzia ho solo bei ricordi”.
Vi trasferiste ad Aichwald, un piccolo centro del Baden-Württemberg.
“Una cittadina di diecimila abitanti vicino a Stoccarda. Un posto molto tranquillo. Giocavo nella squadretta locale, ci sono rimasto fino ai 14 anni, e sono sempre stato uno dei pochi stranieri. Ora la situazione è un po’ cambiata”.
Lei e i suoi genitori vi siete abituati in fretta a usi e costumi tedeschi?
“In casa si è sempre parlato e mangiato italiano. Però i piatti tipici tedeschi li ho mangiati anche volentieri. La loro cucina è diversa dalla nostra, ma è buona. Ma se devo scegliere tra un piatto di pasta al ragù e uno di carne e patate, vince sempre il primo”.
È stato all’Oktoberfest?
“A quello di Monaco, mai. Però sono andato a uno più piccolo a Stoccarda”.
Cosa c’è di italiano e cosa di tedesco, in lei?
“Ho passato tutta la mia vita in Germania, ci ho studiato e lavorato: è stato inevitabile assorbire la loro cultura, il loro modo di pensare e di fare. Magari a volte sono un po’ troppo ‘strutturato’: un po’ di italianità, la capacità cioè di lasciarmi scivolare le cose addosso, mi farebbe bene”.
Si considera una persona rigida?
“No, ma, quando le cose non vanno bene, ci sono persone che riescono a staccare un po’ più facilmente. Io invece resto lì a rimuginare, magari non ci dormo per due notti, poi però trovo la soluzione”.
E dunque, di italiano che cosa le è rimasto?
“Tutto il resto. Son cresciuto all’italiana, sono tornato spesso in Italia, ho sempre guardato la televisione italiana. C’è molto di italianità in me”.
Vediamo: al volante è italiano o tedesco?
“Sono molto tedesco. Ma perché, gli italiani come guidano?”.
C’è qualcosa che potrebbe rimpiangere della Germania? Lo stile di vita, l’organizzazione, il rispetto delle regole?
“Io la Germania non l’ho veramente lasciata, perché mia moglie e mia figlia sono lì. E comunque, da quando sono a Bologna non ho notato tutta questa grande differenza”.
Ma come definirebbe, in una sola parola, un italiano e un tedesco?
“L’italiano è cuore, il tedesco è ragione”.
A proposito di Bologna, vediamo quanto la conosce. Come è ribattezzata la città?
“La Dotta, la Grassa e la Rossa”.
Bravo. Tre personaggi famosi nati a Bologna. (ci pensa un momento)
“Cesare Cremonini penso sia nato a Bologna. (voci dal fondo: ‘Sì!’). Poi Lucio Dalla. E per ultimo direi Kimi Antonelli”.
Tre cantanti famosi: due li ha detti, ne manca uno.
Davanti a quale delle tante bellezze architettoniche della città è rimasto a bocca aperta?
“Devo dire che tutte le chiese sono bellissime, illuminate in maniera straordinaria. Bologna è davvero da non credere”.
Una laurea in ingegneria gestionale, un master in gestione dell’innovazione. Poi a un certo punto il suo percorso professionale ha deviato verso il calcio.
“Non lo avevo programmato, sarebbe stato folle anche solo pensare di farlo. Io non ho mai smesso di giocare a pallone, anche se mai ad alti livelli. Però il calcio rimaneva per me qualcosa di bello e rilassante, che lo praticassi o semplicemente lo guardassi. Poi successe che un compagno di università mi chiese di curare una parte dei bambini che lui allenava nel vivaio dell’Aichwald. Aveva una rosa di 30 e non ce la faceva a seguire tutti. Così è iniziata la mia carriera di tecnico”.
E, in qualche maniera, i suoi studi di Ingegneria le sono serviti nel calcio?
“Lo studio ti dà struttura. Struttura nel pensare, struttura nel lavorare. A me piace pianificare e parlare chiaro. Più chiaro sei coi giocatori, e più loro sanno cosa chiedi e vuoi che mettano in pratica”.
Lavorava alla Mercedes quando lasciò il posto fisso per virare definitivamente sul calcio. Cosa la convinse?
“Ero il vice allenatore dell’Under 17 dello Stoccarda. Sopra di me c’era Thomas Schneider, che a stagione iniziata venne chiamato ad allenare la prima squadra. Viene promosso un mercoledì, il sabato l’Under 17 aveva una partita e il club non aveva tanto tempo per cercare il nuovo mister. I dirigenti mi chiesero se me la sentivo di guidare io i ragazzi almeno per quella partita. Vincemmo 11-0 e non so nemmeno io come abbiamo fatto. A quel punto era difficile togliermi la panchina”.
Lei è stato definito un membro della generazione dei laptop trainer di cui in Germania fanno parte tra gli altri il ct della nazionale Nagelsmann e quello dell’Inghilterra Tuchel.
“Questa definizione di “allenatore col portatile” è una mezza verità. Il calcio si gioca con le persone, tutte con caratteri diversi. Il lato umano è più importante degli schemi o del computer. Io coi giocatori cerco di essere sempre me stesso. Non mi tengo distante da loro, perché significherebbe recitare una parte. Mi interessa la loro vita, se stanno bene o male, se hanno problemi mi offro di dar loro una mano nei limiti delle mie possibilità e della loro privacy”.
Qual è la regola alla quale non viene mai meno?
“Quella per cui la squadra viene al primo posto e il Bologna viene prima di tutti”.
E quali sono le regole imposte ai suoi giocatori sulle quali non transige?
“Disponibilità e puntualità”.
Che idea si è fatta del calcio italiano?
“Ci sono dentro da troppo poco tempo per poter rispondere compiutamente. Non sono nessuno per giudicare il calcio italiano. Posso solo dire che conserva il suo fascino e tutti noi che lavoriamo al suo interno dobbiamo sforzarci affinché questo fascino attragga il resto del mondo. Abbiamo giocatori di qualità e club organizzati. Abbiamo tifosi fantastici. Si respira passione in tutte le piazze. E noi abbiamo il dovere di alimentare questa passione”.
Quale calcio vorrebbe vedere espresso dal suo Bologna?
“Sono cresciuto con l’idea di avere il pallone tra i piedi. Se non lo abbiamo, vogliamo recuperarlo al più presto. Ma il possesso non deve essere sterile: il mio è un calcio molto verticale. Mi piace l’attacco alla profondità, mi piace quando ci sono i tempi giusti nelle giocate, quando i giocatori sono coraggiosi. È un processo che ha bisogno di tanto lavoro, di tanta fiducia, di autostima da parte dei ragazzi, di ripetizioni continue e ovviamente anche dei risultati”.
Prima di ogni partita casalinga del Bologna, allo stadio risuonano le note de ‘L’anno che verrà’ di Dalla. L’anno che verrà sarà stato positivo per lei se…
“Se tutti noi daremo il massimo andando nella stessa direzione”.
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