A Rotterdam Esposito si è svegliato dopo il periodo grigio, ora l’obiettivo è di essere decisivo in un match scudetto
I consigli di Lautaro, l’investitura di Chivu, l’attesa di Mancini. Alleggerito nell’animo da un gol pesante, Pio Esposito cerca il primo sorriso in una partita top: deludente e sostituito contro il Napoli, ha giocato pochi secondi a Roma e un quarto d’ora scarso nel derby. Contro il Como, avversario a cui non ha mai segnato neanche in Serie B quando sgomitava nelle aree per conto dello Spezia, ha l’occasione di confermare i progressi emersi a Rotterdam dopo il periodo opaco, la prima fase di assestamento della carriera.
appannamento
—Diciamo la verità: la gloria respirata e recepita nelle tre settimane trascorse con la Nazionale, da titolare quasi indiscusso dello status di centravanti, non si è riverberata sull’Inter nel periodo successivo. Ci si è messa anche una fastidiosa influenza a frenarlo, vero. Il lutto familiare lo ha sconvolto e distratto, ovvio. Ma più semplicemente Esposito ha vissuto una fase di down, comprensibile per un ragazzo di 21 anni che ha appena firmato un contratto da campionissimo della durata record di 6 anni. Non significa che si sia imborghesito, o che si sia sentito arrivato. Non è il tipo. Ha accusato un calo di forma psicofisica che gli ha impedito di essere decisivo, di imporre la sua legge, come invece capitava all’inizio della stagione: dalla rete comoda contro l’Udinese, la seconda del suo campionato, alla testata rabbiosa contro il Feyenoord sono passati 50 giorni esatti durante i quali il nostro ha infilato sei presenze (la comparsata contro la Roma, pochi secondi e zero palloni credibili, non vale) senza bucare lo schermo e soprattutto senza mai sembrare all’altezza del ruolo lasciato vacante da Lautaro. Impietoso è parso in particolare il faccia a faccia con l’altro centravanti Nicolò Tresoldi, che Mancini vorrebbe inglobare nel gruppo azzurro, triplettista a San Siro con la maglia del Bruges. Episodi, pensieri, malignità.
rilancio
—C’è da credere che la rete del De Kuip, la prima quest’anno in Champions League, gli abbia trasmesso un po’ di tranquillità. “Gli attaccanti vivono per il gol – ha chiarito Esposito – per noi sono come l’ossigeno ma io cerco di mettermi prima di tutto a disposizione della squadra. Spero che il mio lavoro possa essere utile all’Inter adesso che sono al 100%”. Anche nello sciagurato derby, smaltita la febbre, avrebbe potuto giocare di più. Ma il padre calcistico Chivu, nell’emergenza offensiva, ha preferito gestirlo sperando di aggiungere muscoli e destrezza nello spezzone finale della partita. In qualche modo ha avuto ragione perché Pio ha reagito nel migliore dei modi nella successiva partita da titolare, alla quale si è presentato fresco e motivato: non fosse stato per un fuorigioco di spalla, avrebbe realizzato addirittura una doppietta al termine di un’azione meravigliosa avviata da Spence e rifinita da Dimarco. E tanti saluti ai mugugni.
peso
—Lo scorso anno, di questi tempi, Lautaro chiedeva di non caricarlo di eccessiva responsabilità: “Se lo lasciate in pace, Pio diventerà il centravanti della nazionale italiana per molti anni”. È stato ottimo profeta. E adesso, nonostante l’infortunio che lo obbliga a guardare gli altri, è il primo a stargli addosso per migliorarlo, anche caratterialmente, per invitarlo a non accontentarsi mai, a rincorrere con frenesia ogni pallone in allenamento. A questo punto Pio, in attesa del rientro del capitano, chiede soprattutto continuità. Così potrà anche reclamare a buon diritto la difesa del posto giovedì prossimo, quando sempre a San Siro affronterà la Francia in Nations League: il precedente, con Gattuso ct, è incoraggiante, visto che Esposito segnò il primo gol della serata contro la Norvegia. Ma all’epoca si parlava di una promessa che stupiva tutte le volte che si comportava come un giocatore vero. Il nuovo Pio ha ancora solo 21 anni ma è costretto a rispettare la regola delle aspettative: è stato lui ad alzare il livello, a salire in alto come ha fatto contro il Feyenoord arrampicandosi fino al pallone dello 0-2, non può più chiamare l’ascensore per tornare indietro senza deludere chi ha puntato su di lui. A pianterreno, nel calcio e non solo, il cielo sembra più buio.
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