Ariel Ortega, El Burrito tra alcol, Parma e Samp

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“El Burrito” Ortega ha iniziato a bere a vent’anni e non è mai riuscito a liberarsi dei demoni in fondo alla bottiglia. Nel frattempo però ha dispensato magie, anche in Italia

Il soprannome che gli era toccato in sorte – El Burrito, l’Asinello – rimandava ad un’allegria da bambini, una gioia esibita in risate come ragli, quella provocata da chi tira calci alla vita in maniera scomposta e disarticolata, ma non violenta. Era una maschera, una delle tante indossate suo malgrado da Ariel Ortega, che all’abbrivio della sua carriera venne addirittura paragonato a Maradona e che poi si perse in una serie di dribbling non riusciti, scivolando nell’abisso dell’alcol e della depressione. Non senza quella perfidia che accompagna la misura a distanza delle sventure altrui, venne bollato come il “trequartista gin tonic” della sua generazione, quella che negli Anni 90 ancora si ostinava a pensare che il gesto tecnico – quello e solo quello – marcasse una differenza in un mondo del calcio che, invece, si stava consegnando in ostaggio alla dittatura dei muscoli. 

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