L’ex calciatore di Inter e Fiorentina svela le differenze con i ritiri estivi odierni delle squadre di Serie A: “Era tutto più facile, più “leggero”. Adesso sono blindati e sono diventati di una noia mortale. La sera sceglievo un film in Vhs da guardare con la squadra”
Che tempi, quei tempi. Tempi di lavoro e risate, fatica e svago. Allenamenti e passeggiate, partitelle e autografi. Che tempi, quando i raduni estivi delle squadre di calcio – introdotti nel 1947 dall’Inter, che si ritrovò ad Acqui Terme a preparare la stagione, fin dall’inizio della durata di non più di due settimane – non erano le fortezze inespugnabili di oggi, prigioni (dorate) dove per gli estranei è impossibile accedere e dalle quali gli ospiti non possono uscire, insomma piccole Alcatraz in cui si officia il rito del precampionato al riparo da sguardi indiscreti, salvo poi concedersi in diretta televisiva, fin dalla prima amichevole, ai morbosi sguardi di una platea planetaria. Ora si vola in Indonesia, trent’anni fa si prendeva il pullmino per spostarsi dall’albergo al campetto del paese per sfidare i taglialegna della Valsugana. Col rischio di perdersi tra i boschi, come successe nel ’78 ai giocatori del Napoli, ritrovati solo dopo alcune ore di ricerche. Eh sì, i tempi cambiano, e non soltanto giornalisti e tifosi che restano fuori dai cancelli, ma anche i calciatori (ex) rimpiangono quelli andati. Nicola Berti, per esempio, che di ritiri ne ha fatti per 17 anni, dall’82 al ’99, dividendosi tra Parma, Fiorentina, Inter e Tottenham. E sempre li ha considerati (anche) come una gita scolastica, un campeggio tra amici, un’occasione – diciamolo – per far casino. Perché, con il campionato ancora di là da venire, ci si ritrovava tutti insieme, vecchi e nuovi, per sudare, sì, ma anche per fare gruppo. E cosa meglio di una secchiata d’acqua lanciata dalla finestra della camera, dei calzini tagliati o del sale al posto dello zucchero nel caffè, per fare gruppo?
“Una volta era molto più divertente, c’era più spazio per noi giocatori e per i tifosi, con cui stavamo a contatto durante gli allenamenti o alla sera, quando uscivamo per una passeggiata. Era tutto più facile, più ‘leggero’. Adesso i ritiri sono blindati e sono diventati di una noia mortale”.
Aneddoti che riportano la memoria al suo periodo da calciatore?
“Tanti. A Cavalese, in Trentino, dove andavo in ritiro con l’Inter di Trapattoni, di sera nelle camere, tutte dotate di filodiffusione, mettevamo un film. Era ancora l’epoca delle Vhs ed ero io l’incaricato di pescare tra le videocassette a disposizione nella hall dell’hotel. Il fatto è che ogni volta che la reception mi avvisava di una telefonata arrivata per il sottoscritto, prima di accettarla dicevo di stoppare il film, certe volte sul più bello. E i compagni si incazzavano. Li sentivo urlare, insultarmi, qualcuno veniva a picchiare contro la porta dicendomene di tutti i colori. Ma che dovevo fare, non rispondere al telefono? E d’altra parte, mica avevo voglia di perdermi il finale del film. Quando avevo finito di parlare, richiamavo in portineria e dicevo di far ripartire la cassetta”.
“E poi, se il cielo era stellato e non faceva troppo freddo – perché, una volta, i ritiri si organizzavano sempre e soltanto in montagna, e Cavalese, coi suoi boschi, è stato il posto che ho amato di più – dopo cena si faceva una passeggiata per il paese. Ci si fermava al bar a prendere qualcosa e la gente, residenti e turisti, si accostava anche solo per un saluto, una foto o un autografo. Non c’erano filtri e cordoni di sicurezza tra noi e loro, e del resto noi giocatori scambiavamo volentieri due chiacchiere: era il momento dell’anno in cui diventava più facile per i tifosi avere un contatto coi campioni che di solito guardavano solo allo stadio o in tv. C’era un clima rilassato, amichevole. Adesso si va in ritiro nei posti più assurdi e i calciatori sono protetti al punto che, alla fin fine, mi sembrano tutti belli incasinati”.
A proposito di Trapattoni, che allenatore è stato?
“Il migliore che ho avuto. Il solo mister che mi abbia allenato per tre anni di fila. Un martello, ma di eccezionale umanità. Con lui avevo un rapporto veramente speciale. Bastone e carota, rimproveri e carezze: mi ha dato tutto, e lo ha fatto sempre col cuore. Alcuni suoi consigli li conservo dentro di me e dentro di me resteranno per sempre”.
Trapattoni miglior allenatore che abbia avuto. Alcuni suoi consigli li conserverò per sempre
Altri episodi meritevoli di citazione?
“Avevamo due o tre furgoni per spostarci. Uno lo guidavo io, coi compagni che si reggevano ai poggiatesta e ai sedili mentre io mi divertivo a sgasare lungo i pochi chilometri che separavano l’albergo dal campo di allenamento. Poi ricordo i classici gavettoni: io non li facevo, al limite li ho subiti, però col caldo non erano così sgradevoli. All’Inter pure Klinsmann, Matthaus e Brehme ogni tanto si divertivano a lanciare acqua: uno pensa che i tedeschi siano seriosi, tutti d’un pezzo, ma quelli che ho conosciuto io se la spassavano più degli italiani”.
Stesso clima anche nei ritiri delle altre squadre in cui ha giocato?
“Alla Fiorentina arrivo insieme a Roberto Baggio. Io da Parma, lui da Vicenza. Diciottenni entrambi. Il primo ritiro estivo coi Viola è sull’Appennino emiliano. Una sera io e Roberto sentiamo qualcosa nell’aria: voci, notizie che si rincorrono, poi le note di canzoni che arrivano da lontano. Per farla breve, c’era Vasco Rossi – non ancora il Vasco conosciuto da tutti – che suonava a Serramazzoni. Io e Baggio ci guardiamo: andiamo? Andiamo. Al concerto c’erano duecento persone, forse qualcuna in più, e in mezzo a loro io e Roberto spiccavamo con le nostre tute da passeggio della Fiorentina col giglio e il marchio Opel sul petto”.
Roberto Baggio
Dal 1985 al 1988 giocò con Nicola Berti nella Fiorentina
“Beh, qualcuna si invitava in albergo a fare due chiacchiere. Sai com’è, sei giovane, lontano da casa… Stavamo sui divanetti a parlare a gruppetti di due, quattro, sei…”.
E vi fermavate in sala? Nessuno prendeva poi le scale o l’ascensore in dolce compagnia?
“Ma no, dài, portare le ragazze in camera…?! Sarebbe stato troppo perfino allora”.
Facciamo finta che sia vero. Le prime amichevoli si facevano con le rappresentative amatoriali del posto. Squadrette spesso improvvisate al momento.
“E se qualcuno dei nostri era acciaccato, il Trap chiamava a giocare con noi qualche ragazzo del luogo. Immagina l’eccitazione di questi, che si trovavano a passare e ricevere la palla, anche soltanto per pochi minuti, da gente di Serie A. La verità, ripeto, è che una volta era tutto più a misura d’uomo, più semplice. Oggi, invece, si fa sul serio fin dalla prima partita a fine luglio, con tutti i rischi del caso – infortuni, sconfitte e relative polemiche – e secondo me questo non fa altro che anticipare e aumentare il carico di pressioni che una squadra si porta addosso per il resto della stagione”.
In ritiro il Trap chiamava alcuni ragazzi del posto a giocare. Immagina la loro eccitazione a passare la palla a gente di Serie A
Il compagno che ricorda più volentieri delle sue stagioni in ritiro?
“Aldo Serena. A fine carriera siamo rimasti amici. Ci frequentiamo ancora e andiamo in vacanza insieme”.
Quante ne avete combinate in coppia?
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