L’ex portiere del Milan ricorda la leggenda scomparsa: “Nessuno doveva toccare il mio capitano. Quando mi scaldavo mi insegnava a ragionare con lucidità”
Il pescatore Seba cala le reti nel suo mare. Una volta le proteggeva, le reti. Seba è Sebastiano Rossi, il portierone (1 e 97) del Milan degli Invincibili. Una volta era irascibile, scorbutico e permaloso. Litigava, prendeva per il collo gli attaccanti che gli facevano gol. Adesso si riposa, va nelle valli di Comacchio e in mare con la sua piccola barca e tira su qualche orata e qualche branzino. Con Rossi ci diamo del tu, ci conosciamo da molti anni, abbiamo viaggiato insieme. E adesso parliamo di Franco Baresi.
Sebastiano ha la voce roca e impastata. Come stai, Seba?
“Male, malissimo. Mi ha chiamato una radio e ho dovuto interrompere perché mi sono messo a piangere. Franco non c’è più, mi sembra impossibile, non faccio altro che pensare a lui. Non c’è più. l’ho sognato. Ho sognato che eravamo in campo e ridevamo. Poi mi ha sorriso e mi ha detto: ‘Ciao Seba, io devo andare’. Mi sono svegliato e mi sono messo a piangere”.
Baresi era un esempio, il mio maestro”
“Un mio caro e fraterno amico. Il mio maestro, una persona di cuore, mi è stato vicino, era un idolo, un esempio. Il Capitano, il grande Capitano Franco. Sembrano parole retoriche ma, credimi, è così. Lui era il cuore del Milan. Umile, dolce, attento, trasmetteva serenità. Aveva sempre il sorriso, non l’ho mai visto senza. Sdrammatizzava tutto. A volte non riuscivi a capire, sembrava freddo e distaccato. Invece semplificava le cose difficili”.
Era il capo della vostra difesa. Comandava?
“Sì, ma non alzava mai la voce. Bastava uno sguardo, un’occhiata. Non ha mai urlato, se non per chiamare e sistemare qualche posizione. Ma non c’era bisogno, avevamo tutti il pilota automatico”.
Lui era davanti. Ti sentivi protetto?
“Va bene dire in una botte di ferro? Beh, di più. Eravamo blindati. Lui era qualcosa di enorme, di superiore. Era un gigante. Adesso che non c’è più, che il tempo è passato, rivedo quei momenti e mi chiedo: ma come faceva a fare quelle cose? Era incredibile, gli ho visto fare certi recuperi che non si vedono nemmeno alla playstation. Franco era nato per il calcio e dentro un campo di calcio. Non si arrabbiava mai”.
“No, mai. Non abbiamo mai litigato”.
Neanche se prendevi per il collo gli avversari?
“No. Anzi mi ha insegnato una cosa fondamentale. Io ero un po’ aggressivo con gli attaccanti. E lui mi diceva: ‘Seba, piano, rallenta, a volte fermati’. Aveva ragione: grazie ai suoi suggerimenti sono migliorato e ho fatto parate incredibili”.
Quando vi siete conosciuti?
“Al Milan. Lui era già grande. L’ho incontrato la prima volta quando giocavo a Cesena. La mia prima partita contro il Milan è finita 0-0. La ricordo bene, era il 1987, eravamo in settembre, la terza giornata. La ricordo perché nel Milan c’era polemica fra Sacchi e Van Basten. Arrigo l’aveva mandato in panchina. Marco è entrato nel secondo tempo e non ha segnato. Nel campionato successivo abbiamo vinto 1-0 con un gol dello svedese Holmqvist. Entrando negli spogliatoi Baresi mi ha detto: ‘bravo’…”.
La vostra prima insieme nel Milan?
“Purtroppo nella notte di Marsiglia, marzo 1991. La storia dei lampioni spenti, le luci, il ritiro della squadra. Era il mio esordio in Coppa dei Campioni. L’ho rimosso: una serataccia, meglio dimenticare”.
La prima insieme in campionato?
“Ero il secondo di Andrea Pazzagli e Sacchi mi ha fatto debuttare nel derby. Il massimo. Abbiamo vinto 1-0, gol di Van Basten. Ho giocato le ultime 9 partite e perso solo contro il Bari. Ero molto giù, io non volevo mai perdere. Franco mi disse: ‘Stai tranquillo, ne vincerai tante. Noi siamo il Milan’…”.
Nessuno pensava ai record. Andavamo avanti”
L’Invincibile Milan dei record. Tuoi e delle 58 partite consecutive. Ci pensavi a questi primati?
“No, nessuno ne parlava. Si andava avanti. Franco aveva la sua parola d’ordine: mai mollare. Soprattutto quando si vince”.
Raccontano: anche nelle partitelle, negli allenamenti…
“Sì. Giocavamo sempre per vincere, io per non prendere gol, anche a Milanello. Non c’era seduta in cui uno di noi non uscisse con un’ammaccatura o un taglio: funzionava così ed era bellissimo. In allenamento Franco era il primo ad arrivare e andava giù deciso e duro. Io le prendevo, ma ero contento. Mi sono sempre impegnato e divertito, anche quando andavo in panchina”.
E in pullman? Tu e Baresi sempre vicini. Scaramanzia?
“No, amicizia. Nei primi posti, dietro l’autista Cipolletta, Capello e il team manager Ramaccioni. Noi dietro. Ore di viaggio, comodi e concentrati per sette-otto anni”.
“Non si parlava. Solo qualche occhiata, avevamo in testa solo la partita e sapevamo cosa fare”.
Non dovevano toccare il mio capitano”
E l’entrata in campo? Baresi davanti, Rossi dietro.
“Il capitano in testa, io subito dopo. Non si sa mai. Lui proteggeva me, io lui. In campo e davanti alla porta. Nessuno doveva toccare il mio capitano”.
E se l’avessero fatto?
“Avrebbero fatto i conti con me. Sai, io ero un po’ fumantino. C’è da dire che Franco non l’ho mai visto scontrarsi. Né con i compagni, né con gli avversari. Al massino discuteva perché si lamentavano per il suo braccio alzato. Lui sorrideva: ‘e cosa faccio? Non posso tagliarmelo'”.
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