L’allenatore scomparso raccontato da un suo “allievo”: “Il Verona prese Dirceu, lui voleva tenere me. Guardandomi negli occhi, mi insegnò quanto fosse prezioso dire la verità”
Lui lo conosceva bene. Francesco Guidolin è stato un giocatore di Osvaldo Bagnoli, nel Verona degli anni Ottanta, prima dello scudetto, e quest’ultimo dettaglio è un ovvio motivo di rammarico. Bagnoli se ne è andato venerdì e domani pomeriggio, nella Basilica di San Zeno a Verona, si terranno i funerali. Così abbiamo chiesto a Guidolin di raccontarci il “suo” Bagnoli: “Era una persona straordinaria e un allenatore speciale. Non gli interessavano le apparenze. Lo ricordo ai raduni estivi in sandali, calzoncini e maglietta: meraviglioso”.
Estate 1981, Osvaldo Bagnoli diventa allenatore del Verona e in rosa trova anche lei Francesco Guidolin, 25enne centrocampista.
“Arrivava dal Cesena, con cui aveva conquistato la promozione in Serie A, ma scelse lo stesso il Verona in Serie B. Noi venivamo da una stagione mediocre (16° posto, ndr) e lui per prima cosa volle parlare a tu per tu con tutti i giocatori, colloqui individuali. Io ero timido e riservato, un po’ come lui, e trovai la forza di dirgli: “Mister, credo di essere una persona che dà il massimo se viene responsabilizzata”. Lui mi squadrò e mi scelse come capitano. Disputammo un grande campionato, tornammo in Serie A. Segnai 8 gol. Mi impiegava come trequartista dietro le punte: la mia migliore stagione, non avrei più giocato così bene. Aveva la grande qualità di mettere tutti nei posti giusti”.
“Era schivo. Una volta, lui arrivò all’allenamento e noi, che stavamo già in gruppo a fare una corsa di riscaldamento dentro il Bentegodi, lo salutammo: ”Buongiorno, mister”. Lui non ci rispose, non per maleducazione, ma perché era fatto così, parlava poco e quando parlava, usava un tono di voce basso, bisognava aguzzare le orecchie. Bagnoli mi ha insegnato a parlare con i silenzi, che a volte dicono più di tante parole”.
“Sapeva infonderti autostima con piccole cose. Un giorno, prima di una partita neppure troppo importante, mi accorsi che in formazione mancava un mancino per calciare i corner a rientrare dalla sinistra, lui voleva che i calci d’angolo si battessero così. Glielo feci notare e rispose: “Fallo tu, sei destro, ma sai usare benissimo anche il sinistro”. Può sembrare una sciocchezza, però sono quelle cose che un giocatore mette da parte, sono quei particolari che fanno la differenza perché ti fanno sentire importante”.
Estate del 1982, il Verona è promosso in A, ma lei deve andarsene.
“E qui venne fuori la grandezza di Bagnoli. La società acquistò il brasiliano Dirceu. Il mister provò ad opporsi, disse ai dirigenti che c’era Guidolin e non avevamo bisogno di Dirceu. Niente, l’affare era fatto e non si poteva ritornare indietro. Mi chiamò nel suo stanzino, mi guardò negli occhi e mi parlò senza mai distogliere il suo sguardo dal mio: “Francesco, in questo momento mi sento tanto piccolo nei tuoi confronti. Purtroppo la società ha fatto una scelta e io non posso più garantirti il posto”. Passai dei giorni brutti, venni ceduto in prestito al Bologna, ma da allenatore mi sarei sempre ricordato di quella scena. Ai giocatori bisogna parlare chiaro, dire la verità faccia a faccia (Dirceu morì giovane, a 43 anni, nel 1995 in un incidente, ma questa è un’altra storia, ndr)”.
Lei ritornò al Verona, stagione 1983-84.
“Sì, però a Bologna mi ero rotto un ginocchio e non ero più lo stesso, giocai due partite e via”.
Nel 1984-85 il Verona vinse lo scudetto e lei non c’era più, ceduto al Venezia in C2: rimpianti?
Era timido e schivo, detestava le apparenze. Ai raduni ufficiali si presentava in sandali e calzoncini
“Sì, chiaro. Conoscevo molti di quei ragazzi, ero legato a loro. Penso che, se non mi fossi fatto male, in quel Verona avrei potuto ritagliarmi un posto”.
Lei ha iniziato ad allenare a poco più di 30 anni, nelle giovanili del Giorgione.
“E chiesi un incontro proprio con Bagnoli. Non avevo le idee chiare su su sistemi, tattiche, allenamenti. Mi dedicò un’ora del suo tempo e, al di là dei consigli tecnici, mi disse che la cosa fondamentale è capire i giocatori ed essere credibili nel rapporto con loro”.
Qual è stata la grandezza tecnica di Bagnoli?
“Voleva che le sue squadre attaccassero per prime, che facessero il proprio gioco senza subire gli avversari. E nel Verona dello scudetto c’era un’idea attualissima: Tricella, il libero, un difensore, in possesso palla saliva a centrocampo. Lo faceva anche Scirea alla Juve, però nel calcio di Bagnoli questa è stata una costante. E poi i due attaccanti, uno piccolo e svelto, l’altro grande e grosso. Nel Verona dello scudetto erano Galderisi ed Elkjaer; in quello mio, della promozione in A, Gibellini e Penzo. Bagnoli mi ha insegnato che i movimenti delle punte determinano il gioco della squadra. Se gli attaccanti fanno le cose giuste, la squadra funziona”.
Vi accomuna un’altra cosa: tutti e due avete smesso presto. Bagnoli a 58 anni, lei a 61.
“Io non avevo più le energie per reggere la tensione. Non la pressione, che è una cosa diversa, quella la sostenevo. Ho lasciato dopo lo Swansea, in Premier, club in cui presi una decisione alla Bagnoli: tagliai certe riunioni chilometriche con lo staff, incontri che non servivano a nulla, e salvai la squadra”.
Come va la pensione, Guidolin?
“Bene, faccio avanti e indietro con Londra, dove vivono i miei nipotini Gabriel e Gia. Gabriel ha otto anni, gioca nel vivaio del Chelsea ed è bravino, e non lo dico perché sono suo nonno. Ha tre passaporti: italiano per via di suo padre, mio figlio Giacomo; brasiliano, perché sua madre Fernanda è del Brasile; e britannico perché è nato lì”.
Speriamo che i brasiliani o gli inglesi non ce lo portino via!
Risatona: “Ma no, ora l’importante è che si diverta e che studi, più avanti si vedrà”.
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