SERIE D | Montervino e il Fasano: “Una sfida diversa dalle altre per me” Il dg biancazzurro su…
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Barella tra Inter e Nazionale: “In Germania buon ritiro, ma il Mondiale una coltellata”
Il centrocampista nerazzurro commenta anche la scelta della Figc di ripartire da Mancini: “Non ho ancora sentito lui né nessun altro, ma insieme abbiamo vissuto giornate indimenticabili”
Capitano della spedizione, leader responsabilizzato. In assenza di Lautaro, è Nicolò Barella a rappresentare l’Inter nella conferenza stampa che apre la tournée a Hong Kong. È il momento dei buoni propositi, a tre settimane dall’inizio del campionato: “Abbiamo lavorato molto bene nel ritiro in Germania e per me è stato importante staccare un po’ dopo la fine dell’ultima stagione. Ma guardo il bicchiere mezzo pieno perché osservare le altre nazionali al Mondiale è stato come darsi una coltellata…”.
bentornato mister
—Il riferimento ai colori azzurri è un’occasione per dare il bentornato a Roberto Mancini, il ct del magico Europeo 2021: “Tra allenamenti e viaggi non ho avuto modo di parlare ancora con lui né con nessun altro. Ma posso dire che con Mancini abbiamo vissuto giornate indimenticabili e quindi spero di poterne vivere ancora altre insieme a lui”. Un cronista inglese gli chiede come abbia fatto a rialzarsi dopo la finale di Champions persa a Monaco e dopo l’eliminazione dal Mondiale. Barella sorride e risponde: “Il calcio è così. Certe cose succedono. Noi vorremmo evitarle ma non sempre ci riusciamo. L’importante è andare avanti e pensare al futuro. In questo l’Inter, che è una grande famiglia, aiuta tanto tutti noi. Dove posso migliorare? In tante cose. C’è sempre da imparare nel calcio, io spero di mantenere a lungo un alto livello di competitività. Come ho detto nell’intervista alla Gazzetta, spero di restare per sempre all’Inter”.
Zaragoza giramondo: anche il Bayern lo scarica. Il ds: “Non ha futuro qui”
Bryan Zaragoza verrà ricordato come una meteora. La Roma aveva puntato su di lui per cancellare la delusione Bailey. La risposta del campo, però, è stata tutt’altra. Un buon impatto, poi il vuoto. Nessun gol. Tante panchine. Un apporto praticamente nullo nella corsa Champions. Troppo poco per meritarsi una conferma. Finito il prestito, lo spagnolo è tornato al Bayern Monaco. Ma anche in Baviera non c’è più spazio per lui. Anzi. Il club tedesco gli ha praticamente indicato la porta. A farlo è stato il direttore sportivo Max Eberl, senza troppi giri di parole: “Zaragoza, Palhinha e Boey non hanno futuro qui. Stiamo pianificando altro. Se vogliono restare, sarà dura: non avranno un ruolo”, le dichiarazioni riportate da Fabrizio Romano. Tradotto: Zaragoza deve trovarsi una nuova squadra. E in fretta. La Roma, intanto, lo ha già archiviato. Ma il problema sulla fascia sinistra resta. Bailey prima. Zaragoza poi….
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SERIE C | Altamura, Lauriola: “Ripartiamo con voglia di stupire. Difficile trattenere tutti i big”
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Il Milan degli Invincibili: Baresi, Capello e la difesa delle 58 partite senza sconfitte
Il successore di Sacchi perfezionò l’opera di Arrigo: “Che unità: ognuno rendeva migliore l’altro”
…L’ultima intervista a Franco Baresi: “Avevo perso i genitori, il Milan mi ha salvato”
L’ex capitano, tutta la carriera in rossonero, raccontava alla Gazzetta nel 2025: “Milanello mi pareva il paradiso, il club ha dato un senso alla mia vita. Che sentimento resta alla fine? Tanta riconoscenza”
Il Milan e il calcio mondiale piangono la morte di Franco Baresi. La leggenda rossonera, capitano non solo del suo Milan ma anche della Nazionale, è scomparso a 66 anni: questa è la sua ultima intervista rilasciata alla Gazzetta, nel febbraio 2025.
Lo invitarono per un provino: rimandato. Richiamarono, e nessuno può bocciare Franco Baresi due volte di fila. Il resto, si dice, è storia. Baresi in un’intervista ha detto “non faccio passare un giorno senza dire ‘ti amo’ a mia moglie” ma il vero amore della sua vita è chiaramente l’altro, il Milan. Stanno insieme da 50 anni e non si sono lasciati mai, al massimo si sono presi una pausa ma hanno capito in fretta di non poter stare lontani. Lo sanno anche ora: qualsiasi cosa facciano da adesso alla fine dei loro giorni, saranno legati per sempre.
Torniamo indietro, ancora più indietro: che cos’era il Milan per il piccolo Baresi prima del colpo di fulmine?
“Ricordo di essere stato milanista, di aver guardato questi colori anche quando avevo 10 anni. Sono arrivato a Milanello per la prima volta da quattordicenne e mi sembrava di entrare in Paradiso”.
Che cosa è stato il Milan in tutta una vita?
“La mia ancora di salvezza. Ho perso mia madre e mio padre quando ero ancora adolescente e il Milan mi ha accolto, ha dato un senso a tutto”.
Che anni erano?
”Difficili, già non era semplice venire via dal paese, da Travagliato, per andare nella grande città. Erano tempi diversi da questi e lo stacco si notava molto. In una situazione così, devi avere la forza mentale”.
E quella c’era…
”Sì, ho trasformato il dolore in rabbia e determinazione. È stato così per tutta la carriera”.
Sempre nella stessa città, sempre con gli stessi colori.
”La storia mia e del Milan è difficile da ripetere. Io credo che esistano pochi rapporti così: il Milan ha dato un senso alla mia vita e insieme siamo tornati a vincere, in quegli anni con Sacchi”.
Che sentimento resta, alla fine di tutto questo?
”Riconoscenza”.
Restano anche due soprannomi: “Piscinin” e “Kaiser Franz”, in omaggio a Beckenbauer. Piscinin, che usava anche Brera, le piace anche a 64 anni?
”Massì, mi ricorda una delle persone a cui sono più legato: Paolo Mariconti, il massaggiatore che per me è stato una figura molto importante. Fu lui a inventare quel soprannome, così milanese, quando ero ancora un ragazzo e giocavo già con i grandi in prima squadra. Ero il Piccolino della squadra”.
Il Piscinin è diventato padre di famiglia in rossonero. Si è scritto di offerte di altre squadre rifiutate, soprattutto negli anni della B, ma qual è stato il momento in cui siete stati più vicini a lasciarvi?
”Da calciatore, mai. Credo che davvero non ci sia stato un momento da possibile addio. Restare al Milan è stata una scelta di vita. C’è stata quell’esperienza da dirigente in Inghilterra, quando avevo smesso…”.
Il mio pensiero è sempre stato per la squadra e il club, mai per me stesso, ma mi è sempre tornato indietro tutto
Nel 2002, al Fulham di Al Fayed: 81 giorni da direttore tecnico, poi l’addio.
”In fondo fu soltanto un mese: prima della fine di agosto, ero già tornato a Milano. Avevo capito che non era il posto per me e in fondo, non ho neanche iniziato a lavorare. Il cordone ombelicale con il Milan non si è mai rotto”.
E alla fine, il dirigente lo ha fatto per il Milan.
”Con Fondazione Milan ho conosciuto la povertà, in Kenya, in Marocco. In Libano mi sono messo a giocare per la strada con i bambini. Sono emozioni che mi hanno completato”.
Conclusione facile: Baresi non sa stare senza il Milan?
”C’è sempre stato un rapporto di stima tra me e il Milan, tra alti e bassi. Il mio pensiero è sempre stato per la squadra e il club, mai per me stesso, ma mi è sempre tornato indietro tutto. Ho avuto la fortuna di incontrare le persone giuste al momento giusto”.
Berlusconi, ad esempio.
”È stato come un padre e ha realizzato i miei sogni. Ritirare il numero 6 quando ho smesso è stata una cosa enorme”.
Gianni Rivera.
”Il mio primo capitano. Lo avevo visto giocare, da vicino, nelle mie domeniche da raccattapalle allo stadio. All’inizio faticavo a dargli del “tu”, mi sembrava un personaggio lontano, ma la realtà è che mi ha protetto molto. Rivera e Bigon più degli altri mi stavano vicino tutti i giorni, mi tutelavano”.
I ragazzi di oggi come guardano Franco Baresi?
”Ah, non lo so, andrebbe chiesto a loro. Io però vedo che i calciatori del Milan mi guardano sempre con grande rispetto. Sono stato in tournée con la squadra, la scorsa estate in New Jersey, e si vede che sanno chi sono, che cosa ho fatto per il club. Dare consigli ai ventenni di oggi non è semplice, abbiamo riferimenti diversi, vediamo cose diverse”.
Che cosa resta, allora, di Franco Baresi?
”Questo lo vedremo più avanti. Io ho cercato di essere sempre un uomo sincero e metterci il coraggio, come il club e i milanisti meritavano. Il Milan in fondo è stato la mia seconda famiglia”.
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Baresi, carriera di un mito: il provino all’Inter, il Milan, i trofei e i soprannomi
Ventitré anni al Milan, quindici da capitano, secondo calciatore con più presenze nella storia del Diavolo dopo Paolo Maldini. Un uomo che rimarrà per sempre nell’immaginario collettivo d’Italia e non solo. Franco Baresi si è spento all’età di 66 anni e il mondo del calcio piange. È stato il libero per antonomasia del calcio italiano insieme a Gaetano Scirea, capace di rivoluzione un ruolo e uno stile di gioco. È stato soprannominato “Kaiser Franz” in onore di Beckenbauer e forse basta questo per descriverlo. Per il Milan e i milanisti Baresi è stato icona, leggenda: 717 partite, 20 trofei, un Pallone d’oro sfiorato. Abbiamo scelto di raccontarlo attraverso dieci momenti della sua storia d’amore con il Milan: dallo scudetto della stella alla prima Coppa dei Campioni, fino alla sua particolare…tripletta.
