Domenico Botticella, il cuore rossonero

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Disponibile al confronto e sorridente, così si è presentato ai microfoni Domenico Botticella, estremo difensore classe 1976, nato e residente a Deliceto (FG) anche se, per motivi logistici, l’intervista si è tenuta di fronte al porto di Manfredonia (FG).

Orgoglioso delle sue semplici origini, tutti lo conoscono in paese e lo considerano una bandiera. Dopo un pò di tempo e alcune grandi esperienze, come l’invito di Delio Rossi ad accompagnarlo ad allenare in Bulgaria, il portiere decide di seguire mister Zeman a Foggia, così racconta il vissuto: “Innanzitutto lavorare con Zeman è sempre stato piacevole e non ci ho pensato due volte ad accettare. Il ruolo dell’allenatore è più complicato, hai una responsabilità maggiore rispetto ai ragazzi che alleni, già è delicato fare il portiere (ride, ndr). Quest’anno, nonostante le nostre strade si siano divise, credo di aver fatto un ottimo lavoro per quanto riguarda la crescita dei miei allievi”.

Riguardo agli estremi difensore rossoneri, Botticella spiega che a causa di alcuni infortuni che gli hanno riguardati, hanno potuto gareggiare tutt’e tre: “Da un altro punto di vista, è importante notare che tutti abbiano avuto il loro spazio. Ho instaurato un buon rapporto con Fabrizio Alastra, Giacomo Volpe e Joaquin Dalmasso ma non gli ho mai messi nella condizione di dover competere tra di loro. Nel calcio, come in tutti gli sport di gruppo, è più importante la compattezza del gruppo che il singolo”.

Botticella simpaticamente dichiara la motivazione per cui la sua postazione, che gli ha dato tanto, sia stata scelta: “All’inizio, nella mia piccola e amara Deliceto, giocavo a calcio come tutti i bambini, ricordo il n. 17 come primo numero di maglia, ed essendo molto timido non sapevo come espormi. Il mio amico Giuseppe, che al contrario era un furfante (ride, ndr), propose al mister di farmi difendere i pali e quest’ultimo acconsenti. Da lì in poi, ho avuto i guantoni incollati alle mani”.

Gli aspetti calcistici cambiano col passare degli anni, per questo il portiere appunta: “Lo sport è diventato come un foglio su cui creare progetti, si è più ingegneri o architetti che atleti. Ciò va a svilire la radice propria del calcio, l’istinto è l’audacia. La naturalezza del gioco è stata un po’ sostituita dal più ricercato spettacolo e artificio. Non è sempre colpa dei giovani, anche noi genitori ed educatori dovremo cercare di portare in gareggiato il vero spirito agonistico”.

Il suo pensiero non è lontano da chi non ha timore di ammettere i punti fallaci della modernità che, per quanto possa giovare alle comodità, non bisogna negare che in vari ambiti dimezzi o persino azzeri del tutto le emozioni e il calcio sembrerebbe essere tra questi. Per il futuro, il giovane allenatore non fa castelli in aria (essendo anche conclusa da poco la stagione, ndr) ma ringrazia il Foggia e la tifoseria rossonera per averlo ottimamente ospitato. 

Michela Rinaldi

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