Sebastien Pendola, ex allenatore del francese al Garenne-Colombes, ha raccontato i suoi inizi: “Sradicava la palla dai piedi degli avversari e poi andava a segnare. In campo me lo ritrovavo ovunque”
Il remake di Forrest Gump è stato girato a Nanterre, sobborgo di Parigi, a un’ora di macchina dalla Torre Eiffel. Al posto della Monument Valley, lì dove Tom Hanks girò i tacchi e tornò a casa, c’è stato un parchetto con vista su “La Défense”, la Wall Street parigina di grattacieli e stradoni. Andy Diouf si divertiva a corricchiare con gli amici di una vita di fronte al lago. Gli prometteva che da lì a qualche anno avrebbe giocato da professionista. Nel frattempo, sfrecciava a cento all’ora nel Garenne-Colombes, dove uno dei suoi primi allenatori lo spronava a non fermarsi: “Gli dicevo di correre. Sempre, fino all’ultimo. Già a nove anni aveva questa capacità innata di andare oltre la fatica”. Parola di Sebastien Pendola, direttore tecnico del Garenne-Colombes, dove Andy ha giocato dal 2009 al 2012.
Il primo ricordo di Diouf?
“Aveva nove anni. Calciava al volo col sinistro e infilava la palla sotto al sette: mi impressionò. Ha sempre avuto il calcio nei geni: suo padre e i suoi fratelli maggiori hanno giocato, lui faceva la differenza sotto età. Era una spanna sopra gli altri. Andava veloce, leggeva il gioco in anticipo e giocava per vincere, sempre. Non è scontato a quell’età”.
Anche all’ora faceva l’esterno?
“In realtà… giocava ovunque. In mezzo al campo si trovava meglio, quello sì, ma correva così tanto che non era raro vederlo da tutte le parti a rincorrere gli altri. Mi vengono in mente diversi momenti in cui andava a recuperare la sfera e poi ribaltava l’azione: glielo dicevo sempre…”.
Un aneddoto di quegli anni?
“Un giorno giocammo contro una squadra forte dell’hinterland parigino. Stavano dominando, e noi subendo. I bambini erano tutti a terra, stremati e anche disillusi. Andy invece no. A cinque minuti dalla fine, consapevole della superiorità degli avversari, correva come un forsennato per tutto il campo. Chiuse la partita con gli occhi lucidi: erano lacrime di fatica”.
Ha conosciuto anche la sua famiglia?
“Certo. Spesso parlavo col padre a fine partita. Un uomo discreto, semplice, umile. Andy aveva una marcia in più e lo sapevano tutti, ma ho sempre percepito un ambiente familiare sanissimo, senza eccessi o presunzione. Era seguito nel modo giusto. E questo l’ha portato lontano”.
In campo che consigli gli dava?
“In allenamento se la rideva di continuo. Gli dicevo di andare piano perché correva così tanto che me lo ritrovato da tutte le parti: in difesa, in mezzo, in attacco. Gli consigliavo sempre questo: “Andy, resta a centrocampo e dai equilibrio”. Ma poi finiva per recuperare palla in difesa, sradicare la sfera all’avversario… e andare a segnare!”.
Ormai è diventato un esterno: che ne pensa?
“Un’ottima scelta. Sta facendo la differenza anche in un ruolo non suo, può solo migliorare”.
E dell’idea di Zidane di farlo giocare terzino?
“Interessante. Andy ha le qualità dell’esterno moderno: scatti brevi, transizioni veloci, tecnica. Anche questa è un’ottima scelta. Sono curioso di vederlo all’opera”.
Un’immagine per descriverlo?
“Il suo sorriso che aveva mentre giocava. Trasmetteva agli altri la sua positività. Vederlo giocare in A e in nazionale mi riempie d’orgoglio. Era il nostro Forrest Gump”.
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