Lazio, Tavares: “Contento di lavorare con Sarri. Infortuni? Vi dico qual è il problema”
Le parole del calciatore biancoceleste, intervenuto ai microfoni ufficiali della Serie A, in merito ai suoi infortuni ed ai suo obiettivi
Nuno Tavares, terzino della Lazio, si è raccontato ai microfoni ufficiali della Serie A. Di seguito le sue dichiarazioni: “Sono di Capo Verde, ma sono nato in Portogallo da genitori capoverdiani. Ho sempre amato il calcio da bambino e non credo di essere cambiato molto da allora. L’amore per questo sport viene dal calcio di strada ed è così che è cominciato tutto. Prima ho cominciato a giocare a caio e poi è arrivata la musica. Ho fatto un collegio che ha reso semplice allenarmi il pomeriggio.
Non mi allenavo tutti i giorni, direi tre volte a settimana. Ma era facile tenere le due cose di pari passo. I miei insegnati di musica mi permettevano di allenarmi e non mi chiedevano di pensare solo al violoncello. La mia passione per la musica è grande quanto quella per il calcio. Amavo suonare il violoncello ed è stato difficile smettere. Sento che…
SERIE D | Andria-Francavilla S. 0-0, Catalano: “Bicchiere mezzo vuoto. Molto bene per 80 minuti”
Fonte: Telesveva Official Youtube channel
Serie A noir, il colpo proibito di Seba Rossi a Bucchi
È il 17 gennaio 1999: il portiere del Milan subisce un gol su rigore “generoso” e impedisce all’attaccante del Perugia di riprendere il pallone con una “cravatta al collo”: il mancato pentimento e il rimprovero di Zaccheroni oltre ai 5 turni di stop sono l’inizio della fine per l’estremo difensore. Non nuovo a a reazioni del genere
Tecnicamente venne definita “cravatta al collo”, poiché rimandava a certe risse vintage da cortile. Un colpo proibito, sleale e inopportuno, eppure molto cinematografico. Poteva ricordare, più per conseguenze che per dinamica, anche una mossa del wrestling, conosciuta come la presa da dietro di chi, con il braccio attorno al collo, provava a immobilizzare l’avversario. Fu qualcosa di simile, un gesto improvvisato e istintivo, dettato dalla rabbia e dalla frustrazione. Uno stop imposto con il braccio che si allunga, colpendo alla giugulare il malcapitato che, da va sé, perde…
Al “Marulla” ritorna Foggia e pesa il passato
Ci sono partite che restano addosso più di altre. Per il Cosenza, quella dello scorso 30 novembre allo “Zaccheria” è stata una ferita difficile da rimarginare: sconfitta per 2-1 contro il Foggia, due rigori falliti e la sensazione di aver lasciato per strada molto più di tre punti. Come sottolineato anche da CosenzaChannel, quella gara rappresentò uno snodo emotivo e di classifica, il momento in cui i rossoblù si staccarono dal vertice dopo aver accarezzato l’idea di restare agganciati alle prime posizioni.
Oggi, a distanza di mesi, il destino rimette di fronte le stesse squadre, ma con prospettive diverse. Al “Marulla” non c’è più da inseguire un sogno lontano, bensì da consolidare una realtà concreta: il terzo posto, fondamentale in chiave playoff. Per la squadra di Buscè la sfida diventa così un esercizio di trasformazione: convertire il rimpianto dell’andata in energia, il peso di quella sconfitta in motivazione. Perché da Foggia a Foggia il filo della stagione non si è mai spezzato, e adesso passa tutto da qui.
Potenza, la Coppa Italia conquistata al “Francioni” davanti a 2500 tifosi potentini
Una cornice degna delle grandi occasioni ha accompagnato la finale di ritorno tra Latina e Potenza allo stadio “Francioni”, gremito in ogni ordine di posto con circa 9.000 spettatori, tra cui oltre 2.500 tifosi potentini. Un colpo d’occhio imponente, che ha restituito il senso dell’importanza della sfida e del valore in palio. Sul campo, a imporsi nei novanta minuti è stato il Latina, vittorioso per 1-0, ma il risultato non è bastato a ribaltare il verdetto dell’andata. Forte del 3-1 conquistato davanti al proprio pubblico, è infatti il Potenza ad alzare al cielo la Coppa Italia Serie C Regionale Trenitalia, al termine di un doppio confronto gestito con maturità e lucidità.
Per il club rossoblù si tratta di un traguardo che va oltre il semplice successo sportivo, assumendo i contorni di una pagina significativa della propria storia recente. Una vittoria costruita nel tempo, tra sacrificio, continuità e capacità di resistere nei momenti più complessi, che oggi trova la sua consacrazione. È il riconoscimento di un percorso condiviso da squadra e ambiente, di una tifoseria sempre presente e di una città che si ritrova unita attorno ai propri colori. Il trofeo diventa così simbolo di appartenenza e identità, sintesi perfetta di un cammino che ha saputo trasformare le difficoltà in energia e le ambizioni in realtà.
