Cuesta: “Il mio Parma è coraggio, equilibrio e fantasia”

L’allenatore gialloblù dopo la prima salvezza in A: “Ero spaventato un anno fa, ma la paura è un motore. Il Mondiale sta dicendo che vince l’organizzazione”

Dopo la prima stagione da allenatore, con tutte le perplessità e forse anche i pregiudizi che si erano manifestati al momento della scelta, ci si domanda come sarà l’anno che verrà. Carlos Cuesta ha salvato il Parma con largo anticipo, lo ha fatto mostrando pragmatismo, buonsenso, equilibrio e capacità di gestione del gruppo (qualità tutt’altro che scontate per un ragazzo di trent’anni) e si è guadagnato la conferma. Ora, come uno studente che deve preparare l’esame più importante (che è sempre il prossimo…), china la testa sulla scrivania, studia con pazienza, riflette sulle soluzioni e parte da un punto fermo: “Un campionato di Serie A non ha cambiato la mia essenza. Io sono io: ho passione, energia, curiosità e tanta voglia di crescere assieme alla mia squadra, alla mia società e ai miei tifosi. Se tutte queste componenti si uniscono e lavorano in sinergia, sono convinto che si possa fare un ottimo percorso”. 

Come giudica la sua prima stagione? 

“Ho fatto il meglio che ho saputo fare, ho dato tutto me stesso alla causa. E adesso ho in mente una sola cosa: migliorare. Se non ti poni questo obiettivo, cioè migliorare umanamente e sportivamente, non vai da nessuna parte”. 

“Fare l’allenatore è una lezione di vita, ti impone delle scelte, ci sono tante situazioni da gestire. Io credo che questa esperienza mi abbia aiutato a conoscermi ancora di più”. 

Quando ha iniziato, un anno fa, aveva paura? 

“Tanta. E ce l’ho anche oggi. La paura ti aiuta a stare sveglio, a non sottovalutare quello che succede. Senza paura sarei un irresponsabile. Io sono consapevole delle responsabilità che ho e sono anche consapevole che il mio Parma ha notevoli margini di miglioramento”. 

Che cosa l’ha convinta a restare qui? 

“Ho visto le possibilità di progredire, sono d’accordo con il progetto della società e con le persone che devono metterlo in pratica, sento la fiducia da parte del club”. 

“Dico che ho avuto la volontà di rimanere qui a Parma. In questa città c’è un legame fondamentale tra squadra, società e tifosi che va alimentato ogni giorno. Io credo nella sinergia. Nel calcio, se tutto funziona, uno più uno fa 3. Devo fare in modo che tutte le componenti ragionino sempre con la stessa mentalità e abbiano il medesimo obiettivo”. 

Si riparte dai 45 punti dello scorso campionato oppure si azzera tutto? 

“Si azzera tutto, ma bisogna avere voglia di evolversi. Il passato dev’essere la base per il futuro. Vorrei una squadra compatta e aggressiva come l’anno scorso, e mi piacerebbe dominare un po’ di più il campo”. 

Un Parma più offensivo, dunque? 

“L’intenzione è quella, a patto di non perdere la compattezza, l’organizzazione e il senso del collettivo che ci hanno contraddistinto”. 

Le hanno dato del catenacciaro: si è offeso? 

“Ognuno può esprimere la propria opinione. Io so che cosa abbiamo fatto, so da dove siamo partiti e dove siamo arrivati. Il Parma di fine stagione non era uguale a quello dell’inizio: c’è stata un’evoluzione”. 

I Mondiali che cosa stanno dicendo? 

“Che le nazionali difendono con un blocco medio o con un blocco basso. Ho visto poco pressing alto, ma tanta organizzazione. Se penso alla mia Spagna che arrivata alla finale mi viene da sottolineare l’organizzazione, la tecnica e l’intelligenza dei giocatori. Seguite per tutta una partita uno come Rodri e poi ditemi se non si tratta di un campionissimo. Fa tutto in funzione del gioco collettivo”. 

Oltre a Rodri, chi l’ha impressionata? 

“Messi. Se a trentanove fai quello che fa lui significa che hai classe, fantasia, tecnica e tanta, tantissima intelligenza”. 

Torniamo al Parma: esageriamo se diciamo che l’obiettivo è l’Europa? 

“L’obiettivo è migliorare, punto”. 

Il calcio, per lei, è lavoro, divertimento, sofferenza o felicità? 

“Tutto questo. Il calcio è la vita, e nella vita c’è tutto”. 

Quante ore al giorno pensa al calcio? 

E oltre al calcio che cosa c’è? 

“La famiglia, gli amici, me stesso, i viaggi, i libri, gli altri sport”. 

“Mi piace il padel, voglio imparare a giocare a golf, amo fare esercizi in palestra. Non mi fermo mai. Quando mi alzo la mattina, penso a cosa posso fare per migliorarmi. Questo, secondo la mia filosofia, è il primo obiettivo che dovrebbe avere un uomo”.

Coraggio, equilibrio, fantasia: scelga una qualità da utilizzare per il suo nuovo Parma. 

“Le prendo tutt’e tre. Una qualità, da sola, non basta”.

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Intervista a Lautaro: “Il gol della vita, le lacrime e la chiamata a mia mamma”

L’interista autore della rete decisiva nella semifinale Mondiale con l’Inghilterra: “Nelle difficoltà l’Argentina si esalta: ho vissuto un periodo complicato e mi sono sacrificato”

Dal nostro inviato  G.B. Olivero

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Il gol e le lacrime, la mamma che ancora lavora e la Spagna che verrà. Il giorno dopo di Lautaro Martinez è un insieme di sentimenti, di emozioni, di pensieri. È difficile mantenersi in equilibrio tra la felicità sconfinata per il gol decisivo contro l’Inghilterra e l’ultimo passo, la finale contro i campioni d’Europa. Moltissimo è stato fatto, ma non basta, perché conta il tutto, la Coppa del Mondo. La Seleccion ha dimostrato di essere irriducibile, aggrappata alle partite anche quando sembrano volate via. L’Argentina sa che le possono bastare pochi minuti per ribaltare una partita e agisce di conseguenza. Anche Lautaro ha imparato a giocare con il tempo: ne vorrebbe di più, ma nobilita quello che ha. In semifinale è stato l’ultimo a entrare, all’81’. Ha toccato due palloni. Due. Con il primo ha mandato l’Argentina in finale. La sua gioia non ha limiti: “Ho pianto tanto nello spogliatoio, è qualcosa di incredibile. Abbiamo dimostrato ancora una volta di saper andare avanti e superare ogni difficoltà”. 

Lautaro, per chi è stato il primo pensiero? 

“Per la famiglia. Per mia mamma che ho appena chiamato e sta lavorando. Quando scendo in campo penso soltanto ai miei figli che mi hanno cambiato la vita, a mia moglie. Tutto quello che faccio è per loro. E poi mio padre, che è il principale responsabile di questo percorso. Mi ha insegnato a comportarmi da persona matura, a essere un lavoratore. La nostra è una famiglia unita sia nei momenti belli sia in quelli difficili”. 

Quali difficoltà avete affrontato? 

“Noi abbiamo avuto dei problemi, ma i miei genitori non mi hanno mai fatto mancare un piatto in tavola e un pallone. Provo tanta gratitudine nei loro confronti e orgoglio e felicità per tutto ciò che ho vissuto fin da bambino”. 

Che cosa significa questo gol? 

“Significa tantissimo perché vale la qualificazione alla finale. È un gol che tutti gli argentini avrebbero voluto segnare e l’ho fatto io. Appena la palla è entrata non ho capito più nulla. Sono andato a cercare subito la mia famiglia che era lì, vicino a quella porta. È il gol più importante della mia carriera insieme a quello segnato nella finale di Coppa America”. 

L’ultimo gol dell’Argentina all’Inghilterra in un Mondiale l’aveva fatto un interista, Javier Zanetti. 

“E aveva la maglia blu e il numero 22 come me. Il destino mi ha regalato una storia bellissima”. 

Contro l’Inghilterra lei è stato decisivo entrando nel finale. Le pesa giocare poco? 

“Beh, per quanto voglia sempre dare il massimo e aiutare la squadra a prescindere dai minuti che mi sono concessi, la verità è che chiunque desidera giocare dall’inizio”. 

Le dispiace partire dalla panchina? 

“Non sono contento quando non gioco, se non vado in campo mi arrabbio anche nel mio club, dove comunque gioco sempre. È il mio spirito competitivo che viene fuori. Qui siamo tutti forti, però l’allenatore deve sceglierne undici. Ho vissuto un periodo molto difficile, ma in quei momenti bisogna abbassare la testa, lavorare, correre, avere umiltà e sacrificarsi per la squadra. Poi i premi arrivano e questo gol è un riconoscimento che ho sempre sognato, per tutto il lavoro fatto fin da quando ero bambino. Io so solo che do il massimo anche se gioco un minuto, tre o cinque”. 

Il tempo passava, la sconfitta sembrava vicina. Il segreto è stato crederci sempre? 

“Per noi non è mai un problema credere nelle nostre qualità. Quello è il primo passo, il resto viene dopo. L’Argentina ha vinto una partita molto difficile. Nel primo tempo è stata complicata, perché l’Inghilterra ci ha pressato bene. Nel secondo tempo si era messa male perché loro sono passati in vantaggio e si sono chiusi in difesa convinti di controllare la situazione. Noi, però, siamo riusciti a gestire la gara con più calma, tenendo il possesso del pallone e creando tante occasioni”. 

Qual è stata la svolta? 

“Quando Enzo Fernandez ha realizzato il pareggio, grazie alla nostra spinta e al sostegno della gente tutto è diventato più semplice. Alla fine siamo riusciti a segnare anche il secondo gol nei minuti di recupero e da lì è stata pura felicità. Ed è tutto merito di questo gruppo che, di fronte alle avversità, continua ad andare avanti e non molla mai. Abbiamo Leo Messi, il migliore del mondo, come esempio”. 

“Un avversario di grandissimo livello, una squadra che non perde da 37 partite e che ha giocatori straordinari. Le difficoltà saranno tante, ma non è ancora l’ora di pensarci. Ora è il momento di riposare, di recuperare le energie. Dopo una vittoria come questa è giusto godersi la soddisfazione, perché quello che stiamo ottenendo è speciale. Tornare a disputare una finale dopo tre anni e mezzo, da campioni in carica, è un traguardo eccezionale”.

  La soddisfazione più grande? 

“Il fatto che non molliamo mai. Ma è difficile da dire in questo momento. Ci sono tante sensazioni: felicità, orgoglio per tutto quello che ho detto prima, per i sacrifici che si fanno e per quanto sia duro arrivare a un’altra finale. È complicato mantenere sempre un livello così alto, la voglia di competere, di andare avanti e ottenere risultati”. 

Venivate da tre partite sofferte. 

“È vero, però la squadra è sempre riuscita a tirare fuori qualcosa di speciale nei momenti più complicati. Contro l’Inghilterra, lo abbiamo fatto ancora una volta, abbiamo ribaltato il nostro destino nei minuti finali. Questo dice tantissimo del nostro gruppo: è una squadra che non si accontenta, che vuole sempre di più, che spinge per continuare a migliorare e a vincere. Ed è questo ciò che conta”.

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